Le soddisfazioni dello scavo

Riportiamo un articolo scritto alcuni anni fa per parlare di un nostro scavo.

La nostra è una storia di passione e di fortuna. E, perché no, di nonsense, che in un racconto sta sempre bene e tiene svegli i lettori. Nella nostra storia, però, la fortuna è intesa nel senso latino del termine: non positivo ma neutro. Semplicemente un altro modo per definire il caso, che può essere sia favorevole che avverso.

Tutto è iniziato con la nevicata del gennaio 2011: diversi centimetri di neve ricoprivano il suolo carsico. In una cruda notte, senza stelle perché coperte dalle nuvole, i fiocchi di neve continuavano a precipitare aumentando la consistenza del manto nevoso. Una leggera brezza rendeva casuale il depositarsi dei singoli fiocchi, ed incrementava la percezione di freddo, suscitando brividi in tutti gli animali che, diversamente dagli uomini, non potevano ripararsi in casa. I più fortunati, come i caprioli, trovavano un rifugio nelle caverne della Grande Guerra di cui l’altipiano carsico è disseminato. Molti, però, soprattutto i volatili, erano costretti in balia degli agenti atmosferici. Un pettirosso infreddolito, tuttavia, era riuscito a trovare riparo dal gelo in un punto privo di neve. Dopo avere trascorso la notte accovacciato su quel singolare cerchio di terreno che distribuiva tepore, venne svegliato da un gruppo di speleologi. Questi, vista la nevicata, avevano deciso di fare una camminata nella boscaglia, per cercare nuove possibili grotte: comprendono subito che il calore proveniente dal terreno è indice della presenza di una cavità, e dalla domenica successiva cominciano i lavori di scavo nella speranza di trovare qualcosa di interessante. Questa speranza, però, si infrange rapidamente come i vetri delle finestre di una casa vicina ad un campo di baseball sprovvisto di rete. In pochi metri, infatti, il pozzetto si stringe e la sua conformazione rende molto difficile proseguire i lavori. Dopo avere passato alcune settimane a scavare in questo pozzo, gli speleologi si sono accorti che a meno di 5 metri di distanza si trovavano due pozzi paralleli di facile accesso, nascosti dalla vegetazione. Immediatamente, diverse domande sono balenate in mente ai nostri protagonisti: com’è che non ce ne siamo accorti prima? È vero che Chuck Norris fa parkour tra il monte Bianco ed il monte Rosa? Con la crisi che c’è, perchè la gente continua a finanziare la produzione dei film di Muccino? Ma soprattutto: che fine hanno fatto le salsicce avanzate dalla festa di inizio anno? A questo punto tutto si ferma: ci sono un sacco di cose da fare, ed oltretutto ormai la stagione per scavare è giunta agli sgoccioli. Nel dicembre dello stesso anno i lavori riprendono, ed un gruppo di cinque speleologi decide di dedicare le proprie attenzioni ai due pozzi. Si comincia a scendere al loro interno arrampicandosi, senza usare la corda: con quello che costa è meglio che uno speleologo si rompa una gamba perchè è scivolato, piuttosto che correre il rischio di rovinare una corda nuova. E poi le nostre corde fanno una così bella figura, pulite e con ancora il tagliando del prezzo, che ogni volta che vogliamo prenderle dal magazzino ci piange il cuore. La prima scoperta interessante è che i due pozzi sono probabilmente collegati, ma ancora meglio è verificare con un fumogeno che uno dei due produce un discreto spostamento d’aria, indice di una possibile importante dimensione della cavità. In poco tempo si decide come operare: come disse Rudy Giuliani, “quando lavori con persone così esperte non servono le parole, tutti sanno come comportarsi”. Va bene, Giuliani non parlava di noi, ma sono abbastanza sicuro che lo avrebbe detto anche a noi. Sembra uno che direbbe di tutto per attirarsi simpatie. Decidiamo di rompere la roccia in piccoli pezzi, infilarli in un sacco e farlo estrarre dalla grotta a quelli che sono rimasti fuori, con l’ausilio di una carrucola ed una vecchia corda. Il metodo funziona molto bene: nel giro di quattro uscite abbiamo già fatto buoni progressi, e siamo scesi di diversi metri. Fondamentalmente il pozzo è un tubo unico, interrotto da una serie di ponti naturali: noi non facciamo altro che rompere ciascuno di questi ponti per poter raggiungere quello successivo. In pratica, stiamo scavando sotto i nostri piedi. Avevamo pensato di metterci in sicurezza con una corda ma, come già detto, sembrava un peccato rovinarle. In realtà c’era anche un’altra signolare questione, cui non abbiamo dato troppa attenzione: spesso, facendo salire il sacco, si staccavano piccoli sassi dalle pareti. Inoltre un masso sembrava piuttosto pericolante, e si è scelto di assicurarlo con un cordino ad una roccia stabile, per evitare che potesse cadere. Per precauzione abbiamo deciso di controllare le pareti. Dopo avere dedotto l’assoluta infallibilità di quei blocchi di pietra si è continuato a scavare, fino a che altri impegni non sono sopraggiunti. Convinti di non necessitare più di altre due o tre giornate di scavo per raggiungere il fondo del pozzo abbiamo deciso di dedicare i nostri sforzi ad altre attività: il triangolo dell’amicizia, i corsi, i festeggiamenti per il quarantesimo anniversario del nostro gruppo, et cetera.

Trascorsi diversi mesi, giunto ormai il febbraio dell’anno successivo, gli speleologi decidono di tornare al lavoro nel pozzo. Non solo: portano anche due nuovi iscritti al gruppo per fare bella figura e mostrare loro tutto il lavoro realizzato. Uno degli speleologi si prepara a scendere per primo: mentre ancora metà del suo busto è esterna al pozzo urta con il gomito un piccolo sasso, che precipita verso l’interno. Tutto bene, capita spesso. Stavolta il rumore era strano, sembrava che il sasso avesse raggiunto il fondo troppo presto, ma probabilmente è atterrato su un terrazzino, non c’è niente di cui preoccuparsi. Bene, adesso bisogna spostare la gamba destra per trovare un appoggio e proseguire con la discesa: si procede alla cieca, visto che in questo momento non si riesce a vedere l’interno. Qui, però, c’è qualcosa che non va. Spostando la gamba, lo speleologo si accorge che c’è qualcosa sotto al suo piede. E non dovrebbe, visto che in questo momento la gamba si trova esattamente al centro del pozzo. Ancora più strano: sembra che quella cosa, che ora sta colpendo con la punta dello scarpone, si stia muovendo dolcemente. Lo speleologo, quindi, decide di spostarsi leggermente, rimanendo in pressione sull’entrata del pozzo, per guardare cosa c’è sotto i suoi piedi. Non si vede niente: la luce è sbagliata. Allora cambia la profondità del fascio luminoso proveniente dal caschetto e d’improvviso appare sotto di lui, nel bel mezzo del pozzo, quel masso che avevano legato con un cordino per sicurezza. La grande pietra sta ora dondolando placidamente come un pendolo, ancora appesa al soffitto del pozzo grazie a quel piccolo pezzo di corda dinamica. È evidente che qualche cosa è andato storto: si interrompe la discesa, lo speleologo avvisa gli altri dell’avvenimento ed esce. Un altro decide di entrare a vedere. E scopre che i massi che componevano una intera parete sono crollati, probabilmente a causa della copiosità delle piogge, causando una ostruzione quasi completa del pozzo. Il fatto è che la parete, adesso è evidente, era costituita da pietre tenute insieme da abbondanti quantità di terra, la quale è stata lavata dalle piogge, complice l’allargamento dell’ingresso del pozzo ad opera degli speleologi. Un poeta direbbe che quei massi erano tenuti insieme con lo sputo. Sorvoliamo su quanto direbbe una persona meno fine di un poeta. L’attuale profondità del pozzo, quindi, è più o meno la stessa della prima volta in cui ci siamo entrati: è come se nei mesi passati non avessimo fatto alcuna modifica. È come quando giochi ad UNO, sei contento perchè ti manca una carta per vincere, e ti arriva un +4. Nel nostro caso, però, sotto a tutte le pietre si trovano ancora diversi strumenti di scavo, lasciati sul fondo del pozzo quasi un anno fa con l’intento di recuperarli presto, tra i quali annoveriamo la migliore stanga in acciaio a disposizione del nostro gruppo. Quindi in realtà è come se, giocando ad UNO, non ti arrivasse solo un +4 ma, grazie ad una congiura ordita dai tuoi amici, si sommassero diverse carte fino a ritrovarti con un totale di +20. L’ordine, imperativo e categorico, del nostro magazziniere è di recuperare tutti gli strumenti. Lo faremo, ne sono certo. Quasi certo. C’è una buona probabilità di riuscirci. Diciamo che non ci scommetterei. Le difficoltà sono tante, ma quando c’è la forza di volontà tutto è più semplice. Sapete cosa? Forse è meglio se andiamo a comprare degli altri strumenti.

 

Note:

nonsense: affermazione priva di senso, almeno nel contesto in cui è inserita

parkour: sport la cui principale attività consiste nel saltare dal tetto di una casa a quello di un’altra

 

 

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